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Diario
 



5 agosto 2010

Campagna acquisti alla rovecia

Stabilito che non si morirà per Caliendo (Danzica era una faccenda più seria), è pur vero che qui l'affare si ingrossa. Prima ci hanno raccontato che i finiani sarebbero stati meno dei quattro amici al bar di paoliana memoria, ma, se va avanti così, c'è il rischio che tracimino in breve dalla pur capiente buvette di Montecarlo, pardon, di Montecitorio. Oggi, una brava ragazza pidiellina, figlia della vittima-simbolo dei togaccioni ambrosiani, la Chiara Moroni, ha saltato il fosso per andare con l'uomo sognato dalle donne italiane per la scappatella ideale (se si vuole prestar fede all'ennesimo sondaggio balengo), quel Fini che già ha irretito la campionessa del femminismo in salsa islamica moderata, l'indubbiamente coraggiosa Souad Sbai. Si favoleggiava di un Rutelli pronto all'ingaggio nello squadrone filogovernativo, sempre più simile al disastroso Milan puntualmente in ritardo sul mercato rispetto alle tradizionali antagoniste (non è detto sarebbe stato un acquisto da urlo: un madonnino pellegrino abbonato alle transumanze in cambio di un voltagabbana sesquipedale), ma pare che ormai il principe consorte della Palombella abbia deciso di fare lingua in bocca con la nidiata dei neobalenotteri più casinisti, in attesa del superattendista Montezufolo, insieme allo stesso Fini e al governatore siculo Lombardo, gran visir di quel MPA che sarebbe dovuto essere speculare alla Lega in terra d'Ausonia. Il fatto più grave della giornata è però la fuitina della Moroni, che ha seppellito un garantismo che pareva adamantino sotto una dichiarazione agghiacciante nella sua banalità: che il garantismo stesso non dev'essere confuso con il giustificazionismo ad ogni costo. Complimenti, cara Chiara, colta anche tu dalla sindrome di Bobo, tipica dei rampolli smidollati incapaci di elaborare il lutto per le eventuali mancanze genitoriali senza buttarsi fra le braccia dei carnefici della giustizia, bravi a fare i Saint-Just sulla pelle degli altri. Sei riuscita a infliggere un colpo ferocissimo da manipulitista a scoppio ritardato allo schieramento che ti aveva permesso di fare politica anche in nome di un padre assassinato. Con tutto il rispetto, i Villari e le Melchiorre, possibili ma non ancor certi transfughi dall'altra parte, non compenseranno la tua defezione.
 

Il Maligno




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6 febbraio 2010

Il furbetto del festivalino

Ma sì, mettiamoci anche noi a (s)parlare del pirata Morgan, quello del Coca libre che si sputtana su Max con le ciance a prova di crack per informarci di quant'è depresso e quanto gli fanno bene le pere a lui che non è contadino, ma che ugualmente semina confusione nelle teste dei fans, altro che Bluvertigo, una vertigine da sballo mediatico per tuffarsi nel nazionalpopolare più bieco, facendosi un Mazzi tanto - dopo avere acceso un cero a Santa Nega - per convincere financo quel bigotto di Giovanardi che Marco Castoldi sarebbe un magnifico testimonial per la pubblicità-progresso contro gli stupefacenti. Il drago dell'antidroga, lo stupidofacente per nulla stupido, anzi, volpino - basta che a Sanremo lo riammettano, magari come ospite di (dis)onore, se non come concorrente, giusto per non procurare un travaso di bile a Enrico Ruggeri. Embé, bando alle ipocrisie, raga, qui sappiamo tutti che gli artisti, o presunti tali, si fanno o ci fanno, e Morgan mica poteva essere da meno, oltretutto dopo avere avuto come suocero Dario Argento, che di incubi se ne intende, avendone confezionato uno come la figlia Asia, con la sua dizione orripilante e l'incapacità a recitare. Insomma, Morgan è bravo ed eccentrico e funziona come personaggio catodico, ma la vita è qualcosa di diverso da X-Factor, dove ti puoi impancare a giudice con la benedizione di Mammarai, ergo non ti allargare, Morganuccio, perché l'invidia è forte, soprattutto fra chi invidia le str...amberie, e tutti sono pronti con lo schioppo per impallinarti. E, diciamola tutta, tu sei un maudit di riporto, un ribelle della mutua, che si accontenta dei cliché e della banalità patinata: da musicista di rottura, sei finito a incidere la cover (bella, molto intensa, filologicamente fin troppo rispettosa) di un brano sanremese - quando i fiori dell'Ariston erano remotissimi parenti di quelli adornanti le chiome di certe fanciulle del flower power appena sbocciato sulla costa pacifica dalle parti della psichedelica e peccaminosa San Francisco -, come quella Lontano dagli occhi di Sergio Endrigo, che aveva grandi qualità, ma che esteriormente non si presentava certo come un allegrone. Alla depressione di Morgan ci credo, un po' meno alla sua fede nelle virtù terapeutiche della cocaina, sia pure non 'sniffata'. Forse per combattere i capogiri da altitudine elevata, come succede ai popoli andini, che però masticano le foglie della pianta e non si impasticcano di roba chimica. Ecco, magari Morgan ha misurato le altezze dell'Auditel e si è accorto che Sanremo rimane pur sempre una località a livello del mare, e che il Festival, come le stagioni, non è più quello di una volta. A ridosso della sua epifania in Riviera, avrà concepito la furbata pour épater les bourgeois e consentire al Giovanardi di turno di recitare il proprio ruolo di feroce censore. Tra un po' sfileranno le tavole del palcoscenico da sotto i piedi di quanti indulgono alle sigarette, figuriamoci se un cocainomane inquieta dopo le macerie morali di GF e simili... No, se Morgan avesse voluto veramente scandalizzare, si sarebbe dovuto dichiarare evasore fiscale. Allora sì che i buonisti lo avrebbero arrostito sulla pubblica piazza!

Il Maligno




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7 gennaio 2010

Pene d'amor perdute

La fretta non è mai una buona consigliera, come ci insegnano i cultori dello slow food e gli esteti dei cari vecchi tempi, ma la modernità e la post-modernità viaggiano con il cronometro in mano e ci misurano la pausa caffé con la stessa spietatezza del ministro Rotondi. Anche gestire i sentimenti e le emozioni è divenuto un lavoro che richiede efficienza, onde evitare antieconomici scoraggiamenti e deleteri esami di coscienza. Non ci si può gingillare con rimorsi o rimpianti, né indulgere a colpevoli resipiscenze. Bisogna archiviare sospiri e lamenti, una volta conclusa la pratica, senza lasciare fuori manco una pansé o l’eco superstite della canzone che ci aveva cullati fino al giorno prima. Altro che signorinelle pallide del quinto piano, nostalgie canaglie o libri galeotti nei cassetti, cascami di casqué o madeleines proustiane prostranti! Più facile a dirsi che a farsi: le elaborazioni del lutto, quando finisce un amore, sono faccende maledettamente complicate, con rituali da affidare ai sacerdoti dell’inconscio quali lo psicanalista o il barman. O dovremmo dire ‘erano’? Nell’Austria felix (etichetta di comodo quanto mai appropriata nella fattispecie), sembra siano arrivati a commercializzare in farmacia una pilloletta per saltare a pié pari le costose sedute sul lettino del terapeuta o al bancone del bar: si chiama, guarda un po’, Amorex, e consentirebbe di bloccare all’istante la sofferenza per la dipartita di una bella fedifraga o di un fustaccio tamarro insensibile. Più nessuna ricerca spasmodica di fallaci scacciachiodi o di amici disposti a sorbirsi i nostri pianti greci per la svanita felicità. Più nessun dispendio di energie sul lavoro o in palestra, o esiziali ricorsi allo shopping compulsivo per ovviare all’improvvisa carenza di affetto. Più nessun attentato alla propria salute fisica e mentale tramite bagordi gastronomici per compensare il deficit di coccole. Più nessuna crisi mistica, o conversione politica, o stazionamento perenne sul blog, per esorcizzare il dolore provocato da una squinzia crudele o da un figaccione fetente. Tutto risolto nel tempo di buttare giù un bicchiere d’acqua che accompagni il miracoloso farmaco. Nessuno si macchierà più del reato di stalking , forse con lieve disappunto della ministressa che aveva appena finito di redigere la norma; nessuno minaccerà più il suicidio per recuperare l’amato bene; nessuno si apposterà più sotto la casa del medesimo per costringerlo a recedere. Rimane solo il piccolo dubbio se qualcuno continuerà a pretendere gli alimenti, ma questo forse esula dal concetto di elaborazione del lutto. Quanto ai menestrelli che campano sugli amori andati a male, vadano pure fuori dai Baglioni.
 
Il Maligno




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24 novembre 2009

Niente apostasia, siamo Inglesi

Perché Enrico VIII, invece di combinare tutto quel casino per sposare Anna Bolena e poi tutte le altre mogli, non si fece maomettano? In fondo, la poligamia gli si sarebbe adattata benissimo, molto più del tagliare teste come un Barbablù qualsiasi, e oggi l’Inghilterra godrebbe di maggior prestigio nel consesso delle nazioni, e sarebbe indicata come un faro di civiltà anche dall’ultimo scalcinato sceicco del Commonwealth. Si sarebbe risparmiata le mattane dei puritani, e magari, in luogo dei Padri Pellegrini del Mayflower, sulle coste del Nord America sarebbero sbarcati manipoli di figli di Allah. La Rivoluzione Industriale avrebbe forse avuto connotati diversi, nell’ambito di una teocrazia sposata al fervore tecnologico, e Charles Dickens non avrebbe scritto Canto di Natale, né ci sarebbe stato un Ebenezer Scrooge a fungere da modello per il personaggio di Zio Paperone. Quanto ai discendenti degli schiavi neri dall’altra parte dell’Atlantico, ammessa e non concessa la scomparsa dello schiavismo stesso, forse avrebbero qualche remora ad abbracciare la fede islamica per contrapporsi agli antichi oppressori. Ma lasciamo perdere le ucronie più o meno bizzarre, e veniamo alla dura realtà odierna della patria del liberalismo, che si mette sotto i piedi il principio della libertà di coscienza, perseguitando chi ha la sola colpa di avere permesso a una ragazzina cresciuta in un ambiente soffocante, oppressivo e violento, di esprimere liberamente le proprie convinzioni religiose. Una signora britannica, dedita da anni alla cura dei bambini e degli adolescenti a lei affidati per sottrarli a situazioni familiari insostenibili, si è vista rapire da un tribunale la sedicenne che era stata posta sotto la sua ala dopo una storia di sopraffazione in famiglia, e probabilmente si vedrà costretta a rinunziare a ulteriori affidi di minori, a causa dell’avvenuta conversione della giovane all’anglicanesimo.  Uno stupido togaccione albionico si è persuaso che la donna abbia agito subdolamente per spingere la ragazza all’apostasia. L’accusata ha negato recisamente, sostenendo di avere invece sempre incoraggiato la pupilla a mantenere rapporti con i correligionari amici, ma la prova provata della sua malafede (in tutti i sensi) sarebbe costituita dalla pervicacia della minore a frequentare la chiesa in luogo della moschea. Non solo la legge inglese accetta di convivere con la shar’ia, ma addirittura pretende di regolare il traffico nella sfera più intima dell’individuo, postulando l’impossibilità di cambiare credo. Tanto può l’asservimento a un malinteso senso di rispetto per le tradizioni e i costumi dei popoli non occidentali: non volendo discriminare Maometto, si discrimina Gesù. D’altro canto, viviamo in una società che trova degne di considerazione le bischerate di Roland Emmerich, regista di 2012, il quale, ateo legittimamente professo, dichiara di non avere raffigurato la distruzione dei luoghi di culto dei muslim, filmando invece con voluttà la scena del crollo della basilica di San Pietro, per il semplice motivo che i barbuti seguaci di Allah gli avrebbero scaraventato addosso una fatwa da una tonnellata, a differenza dei troppo tolleranti cristiani, i quali sono sempre lì a porgere l’altra guancia. Oddìo, da uno che ha tanta confidenza con le apocalissi selettive, ci si può aspettare tale livello di paraculaggine. Dai magistrati del paese della Magna Charta, no. A meno che siano irrimediabilmente stronzi, per dirla in maniera Fini.

Il Maligno




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29 settembre 2009

Chi vuole il 'lodo Polanski'?

Giusto per buttarla in politica, ma ho l'impressione che molti fra quanti vorrebbero fare carta straccia del cosiddetto 'lodo Alfano' si trovino oggi nel novero di chi firmerebbe immediatamente per l'introduzione di un 'lodo Polanski'. Certo, meglio i film (non tutti) di Roman, delle malefatte e delle omissioni dei politici, ma un minimo di coerenza non guasterebbe. Qualcuno più uguale degli altri c'è sempre: non rimprovero al regista di essersela svignata dagli USA, giacché anche il peggior mascalzone ha il diritto di cercare di farla franca (umano, troppo umano, al punto di apparire meschino, quantunque artista di vaglia), ma non perdono ai frenetici firmaioli lesti a dimenticare che uno stupro è uno strupro, come una rosa è una rosa, questo strabismo snobistico. Però, forse, è vero che l'arte non monda i peccati, ma li rende più affascinanti. Signori miei, un certo maledettismo d'accatto non è mai morto, donde ecco l'indulgenza plenaria per un uomo poco più anziano di un vecchio pianista da piano bar 'malato' di lolitofilia.
 
Il Maligno




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30 giugno 2009

Nemico sostituto

 

Giorgio Fidenato alza il tiro. Non è che finora l’imprenditore veneto e i suoi operai abbiano scherzato, ma da adesso la partita entra nella fase più caliente, dove non sarà permesso distrarsi, perché è arrivata l’occasione di fare goal e sarebbe un crimine sprecarla. A dire il vero, la melina è stata tutta dalla parte dei giannizzeri statali, fisco e INPS, che hanno preferito traccheggiare a metà campo con passaggi blandi, molto spesso al proprio portiere, giusto per non stuzzicare un avversario che intuiscono agguerrito. Per uscire di metafora, gli avvocati di Giorgio intendono mettere in mora il creditore, rovesciando la prospettiva di chi da sempre è abituato a esigere con i metodi coercitivi del tizio che ha (perché glielo hanno fatto credere troppe volte) il coltello dalla parte del manico. Fidenato è un piccolo industriale che da quattro mesi, ormai quasi cinque, consegna ai propri dipendenti la busta paga più pesante di quanto mai abbiano avuto. Più pesante, cioè lorda, senza trattenute e contributi, anzi, per essere precisi, senza il calcolo delle trattenute e dei contributi che spetterebbero loro in rapporto ai soldi che ricevono. ‘Spetterebbero’ è parolina fuorviante, giacché in realtà al dipendente non tocca nulla, e il valsente sparisce dritto nelle capienti tasche dello stato, le quali lo dovrebbero tenere in caldo per il momento della pensione (una fetta), o distribuirlo in mille rivoli minuscoli (un’altra fetta), in modo da soddisfare tutti gli appetiti di un mucchio di gente che non c’entra un cappero con il lavoro degli operai e di Fidenato stesso. Ora, ci raccontano la favoletta che, così facendo, lo stato rende ai lavoratori un grandissimo favore, perché toglie loro l’incomodo di foraggiare i commercialisti per farsi dire quanti dindi vadano a lui, allo stato, per gli incommensurabili servizi che offre alla collettività, ivi compresi gli operai di Fidenato. Questo sistema si chiama ‘sostituto d’imposta’ e obbliga il datore di lavoro a riscuotere le tasse per conto dello stato. Così lo stato non si sporca le manine e fa bella figura, mentre le maledizioni e i mugugni vanno al porco padrone, per via della busta sempre più magra. Quasi gli restassero appiccicati alle dita gli spiccioli della gran ladreria ipocrita, mentre invece col cavolo che lo stato paga l’imprenditore per siffatto esercizio da Lupin dei poveri: no, no, metta all’opera i suoi Fantozzi dell’ufficio stipendi e non banfi, ché trattasi di obbligo di legge. Ma il tosto Fidenato deve essere uno che si fa amare e capire dai suoi operai, perché tutti si sono trovati solidali con il padrone, quando gli è venuta la grandiosa idea di rifiutare l’odioso compito di gabellare, in tutti i sensi, chi suda e fatica per la pagnotta pagata da Giorgio. Il discorso è stato, più o meno, questo: io vi retribuisco per intero e voi date di vostra sponte il dovuto all’Agenzia delle Entrate e all’INPS, così toccate con mano quanto vi prendono. E così si smonta il meccanismo studiato per contrapporre lavoratori dipendenti e autonomi: studiato dai sindacati, che hanno bisogno di tenere in piedi questa artificiosa suddivisione, giacché sono loro i primi a temere el pueblo unido nel ricacciargli in gola tutte le balle sesquipedali sull’evasione fiscale degli autonomi. Perché questi non hanno la busta paga e gli altri sì. Peccato che i primi si facciano un mazzo per adempiere agli oneri burocratici, spesso assurdi, spesso inutili, spesso dannosi, che costano, oh, se costano!, e i secondi hanno una pappa fatta che sa di rancido, di inganno, di presa per il culo. Se Fidenato riuscisse a saldare le speranze dei dipendenti con le incazzature degli autonomi, e viceversa, sarebbe un gran successo. E sarebbe una liberazione l’abbandono di quest’imbroglio di sostituto d’imposta. Giorgio vuole arrivare fino alla Corte Costituzionale, poiché ritiene una servitù intollerabile fare le pulci alle buste paga per conto di uno stato pitocco. E noi dipendenti, smettiamola di vedere inesistenti travi nell’occhio di qualsivoglia imprenditore, e sfiliamoci dai nostri, di occhi, le pagliuzze lunghe un chilometro, che ci hanno ficcato dentro a forza i cattivi maestri dell’invidia sociale. Sosteniamo anche con un sacrificio in denaro la lotta libertaria, con un versamento magari piccolo, ma meritorio, al seguente IBAN: IT47N0200864951000041181330, Movimento Libertario, precisando quale causale “Sostegno a Giorgio Fidenato”. Infine, un consiglio per gli acquisti: procuratevi il libro di Leonardo Facco, Elogio dell’evasore fiscale. Vi troverete anche la storia di Giorgio.

 

Il Maligno




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28 giugno 2009

La morte del malato immaginario

 

Peter Pan è morto. Un Peter Pan che, a dispetto delle cause intentategli, non si è mai trasformato in Capitan Uncino. Sì, è vero, è stato costretto a sborsare somme da capogiro per tacitare i genitori delle sue presunte vittime e non approdare nelle aule di tribunale dove, forse, lo avrebbero massacrato. Ma Jacko non era un orco: riguardo a questo, potrei metterci la mano sul fuoco e, se non lo faccio, non è per timore di bruciarmela, bensì per il rispetto dovuto a chi, invece, di abusi, magari non sessuali, ma sicuramente psicologici, e di sevizie, tante e svariate, ne ha subiti, nell’infanzia e anche oltre. Non ignoro che persone violentate da piccole (non rileva che la violenza sia ristretta alle cinghiate, agli urlacci, ai comportamenti terrorizzanti – basta sia continuativa e pervasiva, tale da generare in chi vi soggiaccia la convinzione che non esista altro modo di relazionarsi con lui/lei) tendono spesso a replicare in età adulta le violenze su soggetti più deboli, ma Michael ha fatto male soprattutto a sé stesso. Le stelle del pop non sono generalmente ‘maledette’ come le colleghe del rock, non foss’altro per il differente alone che le circonda, per l’aura di leggiadria e talora di fatuità contrapposta all’ambaradan sulfureo che caratterizza i ‘dannati’ dell’altra sponda, più problematica e meno consolatoria: anch’esse, però, muoiono talora giovani, giusto per rimanere nello stereotipo del caro agli dei e alimentare leggende fitte di luoghi comuni sull’infelicità dei baciati dal successo; e sulle loro morti si ricama, oh, come si ricama!, ché la fine di un divo ha da essere materia di gossip quanto e più della sua vita. Le vendite di dischi debbono pur continuare. Quale icona accetterebbe di spegnersi serenamente a novanta e più anni nel proprio letto? Sarebbe credibile, per l’immaginario collettivo, un cantante vissuto fra gli eccessi e di eccessi, se non schiattasse in conseguenza dei medesimi? I sopravvissuti fanno sempre tristezza e un po’ anche rabbia, e sono i critici che si incaricano di fungere da loro sicari, se non dell’esistenza fisica dei miti alle soglie della pensione, della loro esistenza artistica, stroncandone le esibizioni dal vivo (appunto, come si permettono?) e le ultime fatiche discografiche. A malapena si digeriscono un Mick Jagger e un Keith Richards, con la scusa che, avendo sempre bazzicato il diavolo, probabilmente hanno stretto un patto con lui. Madonna cinquantenne sta cercando di riconvertirsi in regista di film, con esiti peraltro disastrosi (già mediocre attrice, non si può dire che le giovi l’essere passata dietro la macchina da presa). Michael Jackson, essendo stato il Gerovital della musica pop, sarebbe potuto sfuggire forse alla maledizione, anche se artisticamente sembrava non avere più molto da dire, ma rimaneva il problema degli eccessi, che sono arrivati puntuali a chiedergli il conto. E i suoi eccessi erano, soprattutto, nel ricorso costante e smodato ai farmaci, che parevano i suoi unici amici. Probabilmente, da paperone prodigo quale era, avrà incontrato sulla propria strada medici vogliosi di monetizzarne l’ipocondria smisurata, o semplicemente incapaci di arginarla. Il mistero della sua morte, di là dall’individuazione delle cause immediate del decesso, non è affatto un mistero: le medicine non possono venire assunte a ogni pié sospinto, senza che il fisico non paghi dazio. Una verità banale, ma importantissima in un’epoca in cui ci si rifugia nelle pastigliette e nelle compresse per qualsivoglia accenno di malanno. E meno male che non tutti posseggono i miliardi del povero Jacko, che si è distrutto candeggiandosi. Una candeggiatura continua, che lo ha logorato inesorabilmente. Una candeggiatura cercata, forse, per cancellare il proprio peccato originale: avere sacrificato l’infanzia alle mire di un padre maniaco della perfezione, un nero in cerca di interposto riscatto per il tramite di quella musica nera che i Jackson avevano nel sangue, ma che il piccolo Michael deve avere vissuto più come marchio d’infamia, viste le frustate piovutegli sulla schiena al minimo sbaglio in sala d’incisione o sul palco. Una volta cresciuto e affermatosi come solista, quel marchio gli sarà sembrato sparito, ma poi la fregola di imbianchire – o di sbianchettarsi? – lo ha assalito e non lo ha più mollato. E, con il senno di poi, a rischio di ricevere l’accusa di psicoanalisi da salotto, anche l’esibizione orgogliosa e sfrontata della propria sessualità, con quella mano protesa a magnificare in scena il pacco durante le splendide evoluzioni danzerecce, è da riconsiderare sotto una luce più sinistra: come la paura del bambino di perdere qualcosa conquistato a un prezzo troppo alto. 
 
Il Maligno




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27 giugno 2009

La scommessa di Nuuk

Se la libertà fosse davvero al primo posto tra i valori considerati innegoziabili dall’umanità, il primo giorno d’estate del 2009 sarebbe di festa per tutti i popoli dell’orbe terracqueo, perché ha segnato l’ingresso degli inuit (letteralmente e semplicemente, ‘popolo’, in lingua groenlandese) nel club delle nazioni sovrane. Sovrani in quasi tutto, meno che nella Corte suprema (i gradi inferiori di giustizia sono ora nelle mani di magistrati locali, non più danesi), nella valuta, nella politica monetaria, in quella estera e della sicurezza, gli Eschimesi abitanti della più grande isola del mondo dopo l’Australia lo sono da meno di una settimana, nel quadro di un’autonomia destinata a sfociare nella piena indipendenza entro un breve volgere di anni. Quanti, dipenderà dall’esito della scommessa che i nuovi reggitori della Groenlandia hanno deciso riguardo agli effetti di un fenomeno universalmente conosciuto, ma non universalmente accettato, anzi, ancora oggetto di valutazioni scientifiche assai difformi e suscettibili di dispute a vari livelli, non ultimo quello ‘politico’, nel senso più alto (o più ‘lobbystico’, per alcuni) del termine: il cosiddetto Global Warming, o riscaldamento globale. Per la Groenlandia, più che per ogni altro paese del mondo, lo scioglimento dei ghiacci discendente da tale fenomeno sarebbe il discrimine tra un’economia assistenzialistica di corto respiro e un’esplosione di ricchezza a lungo raggio. Se per la Danimarca si tratta di liberarsi di un fardello (si calcola che il distacco di Nuuk dalla madrepatria farà risparmiare a Copenhagen, alla fine del processo, una cifra annua superiore al mezzo miliardo di dollari: a tanto ammontano i sussidi erogati agli autoctoni in difficoltà, da abbandonare gradualmente ma progressivamente), per l’isola si parla di un autentico salto nel buio – e non certo quello della notte boreale: l’autodeterminazione segna la rinunzia al sessanta per cento del PIL nazionale, lasciando ai nativi il quaranta, rappresentato dall’industria della pesca. A questo punto, gli inuit potranno contare sulla base aerea statunitense di Thule, sulla produzione conserviera, sull’allevamento degli ovini (forzatamente limitato alla zona più meridionale) e delle renne (che non sono quelle di Babbo Natale), nonché sulle risorse di un sottosuolo non appieno sfruttato: criolite, grafite, carbone, piombo. E qui sta il nocciolo della questione, giacché la sinistra radicale al governo confida proprio nel Global Warming per dare impulso all’attività estrattiva, dando l’avvio alla ricerca di quanto potrebbe costituire la salvezza del paese, vale a dire il petrolio. E con esso, il gas naturale. I geologi USA hanno già stimato in novanta miliardi la quantità di barili che potrebbe contenere la zona artica, mentre le riserve di gas ammonterebbero addirittura al ventidue per cento di quelle mondiali. Ma, purtroppo, tutto rimane per ora sulla carta, di là dalla innegabile importanza della posizione strategica dell’isola. E se ci si mettesse a trivellare sul serio, una volta ammorbidito il terreno, come concilierebbero i governanti la loro impronta ecologistica con le necessità dell’industria mineraria? Nel frattempo, forse, sarebbe meglio puntare sul turismo. Sempre che la presenza dell’uomo non dia troppo fastidio. In fondo, la critica maggiore agli indipendentisti è venuta da chi considera troppo esigua la popolazione (cinquantasettemila anime). E se invece fosse l’arma vincente?

 

Il Maligno




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5 giugno 2009

Lettera aperta agli elettori di Borgo Dora-Vanchiglia e di San Donato

 

    
 
Cari amici ed amiche,
 
        la campagna elettorale si sta chiudendo in un mare di chiacchiere, che poco o nulla hanno a che fare con i problemi reali dei cittadini. Maggioranza e opposizione hanno preferito occuparsi di gossip, ignorando le esigenze di quanti dovrebbero rappresentare all’interno delle istituzioni. Purtroppo, non si è avvertito l’obbligo di fornire risposte chiare e precise ai timori della gente comune, disorientata, avvilita e anche ‘incazzata’ di fronte ai giochetti della finanza, che hanno condotto allo stato di crisi attuale. Chi scrive non è un professionista della politica, bensì una persona impegnata nel difficile compito di soddisfare i bisogni della propria famiglia, dovendo fare i conti con la spesa quotidiana e le maledette bollette e i soldi rapinati in busta paga da uno stato lontano mille miglia dalle mie e vostre necessità. Ho 53 anni, due figli, un mutuo, oltre alla dannata voglia di capire cosa stia succedendo al nostro Paese e a un profondo senso di insicurezza per i malanni che lo affliggono. Ho deciso di partecipare alla competizione elettorale per il semplice fatto che non mi va di essere un testimone passivo dello schifo cui il potere ci vorrebbe costringere a sottostare. Non ho in tasca tessere di partito, e il simbolo che vedete in cima a questa lettera è semplicemente quello della formazione politica più vicina alle mie idee (per candidarsi, bisogna far parte di una lista). Essere liberale significa volere la libertà di tutti: volere che si possa decidere del proprio destino senza rendere conto a destra e a manca, avendo come unico limite il rispetto della vita e dei beni altrui. Significa anche pensare con la propria testa, senza delegare ogni azione a politici, sindacati e compagnia cantante, Vi confesso: sono un mezzo anarchico, persuaso che la libertà è soprattutto responsabilità personale e individuale. Non sono venuto a rompervi le scatole con volantini o santini per due motivi: 1) non volevo sputtanarmi inutilmente soldi; 2) non mi piacciono quelli che fanno promesse generiche, buone per tutte le stagioni. Ho aspettanto le ultime ore della campagna per lanciarvi il mio messaggio, nella speranza che vi resti impresso. Lo sappiamo tutti che le province sono uno spreco (il PLI non ha mai nascosto di volerle abolire) e che hanno pochi poteri, ma non dipende certo dai consiglieri provinciali la loro soppressione. Se volete rifiutare la scheda gialla il giorno delle elezioni, è nel vostro diritto, e non sarò certo io a tentare di dissuadervi, ma, qualora decideste di mettere una croce su un simbolo, potreste pensare a me. Non dico che per il PLI, o per il sottoscritto, sia come alle Olimpiadi: l’importante è partecipare, chissenefrega del resto. Sarebbe una bugia. Ma ai liberali interessa soprattutto far vedere che a volte si ritorna, e non come zombi, ma come un partito che a Torino ha sempre avuto un’identità, anche se qualcuno avrebbe voluto che fungesse da schiavetto, ora per i democristiani, ora per i socialisti (il disgraziato esperimento lib-lab). Per non stare troppo a menarcela, il sottoscritto, che è un candidato piccolo piccolo, ma ha una volontà grande grande, dichiara di mirare a un solo obiettivo, benché sembri una Mission: Impossible alla Tom Cruise: se Borgo Dora-Vanchiglia e San Donato saranno così compassionevoli da spedirmi in consiglio provinciale (mica potevo correre per l’Europa!), mi impegno ad agire affinché i comuni della provincia siano spinti ad approvare una mora degli oneri amministrativi, vale a dire degli adempimenti burocratici, per quelle aziende industriali, commerciali, artigianali, che si trovassero in sofferenza economico-finanziaria. Sto già studiando una bozza. Non è una promessa, è una scommessa.
 
       Cordialmente,
 
 
                                                 Giovanni Maria Mischiati
 
Torino, li 5/6/09.
 
 
 
                                                                                                  


3 giugno 2009

Terapia e pallottole

Il carcere duro deprime, prim'ancora di reprimere. Se la carcerazione, poi, precede il verdetto, c'è il rischio di sballare di brutto. Non sia mai che il boss mafioso non possa ritrovare la serenità circondato dall'affetto dei suoi cari. La famiglia fa miracoli e ti protegge dal logorio della vita moderna meglio di qualsiasi amaro al carciofo. Sembra una barzelletta, ma a Catania è avvenuto che si concedessero gli arresti domiciliari a un pezzo da novanta della malavita organizzata, grazie a un certificato medico attestante lo stress da bujosa (c'è poco da scherzare: un tale Tortora, innocente, e lontano mille miglia dallo stereotipo del capobastone, ha perso la vita in conseguenza dell'accanimento dei giudici, sobillati da - o sobillatori di? - un immondo 'pentito'). Carciofi i giudici?
 
Il Maligno




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